
Irruente, esagerato e generoso come gli accade spesso, il football sabato sera, al Breda di Sesto San Giovanni, non ha voluto accontentarsi: invece di un Superbowl ne ha messi assieme tre. Il primo è finito 35-0 per i Panthers Parma; il secondo 26-0 per gli Elephants Catania; il terzo, in premio ad un'estemporanea regola di alternanza nata senza basi logiche, 21-0 ancora per gli emiliani. Il totale, 56-26, altro non è che il punteggio finale della partita, che ha dunque dato ai Panthers il primo titolo italiano della loro storia.
Meritato: perché solo per pochi minuti, nel corso della gara, ovvero quelli successivi al parziale di 26-0, è parso che Catania potesse dispiegare completamente le proprie ali, rimaste rattrappite in un inizio di Superbowl in cui Parma non sbagliava nulla, con una difesa reattiva ed un attacco formidabile, e creava il vantaggio che ha condizionato il resto della contesa.
35-0 nell'arco di un quarto e mezzo di gioco, con 5 drive (possessi di palla) tutti conclusi in touchdown, quattro dei quali sui lanci di Joe Craddock, apparso preciso, pulito e determinato come era avvenuto per gran parte della stagione prima di un calo finale. Ad aiutarlo una linea di attacco che lo ha protetto molto bene: da destra a sinistra Antonetti, Gian Luca Ferrari, Matteo Ferrari, Maschi, Benassi, cui si è aggiunto l'appoggio a turno (la formazione è stata pressoché costante, con 4 ricevitori) del running back, Alessandro Malpeli Avalli o l'Mvp Greg Hay, ai quali veniva destinato il cruciale compito di vigilare nelle numerose situazioni di blitz, cioé di attacco al Qb portato da uomini aggiuntivi a quelli della linea.
Dall'altra parte, la difesa di Parma affrontava con concentrazione e dedizione l'attacco degli Elephants, danneggiato a sua volta da un paio di decisioni discutibili (e ampiamente discusse, in tribuna) dello staff tecnico: per due volte, infatti, al 4° tentativo i catanesi hanno cercato di chiudere il down invece di effettuare il punt, fallendo nel loro intento e dando dunque palla agli avversari in posizioni di campo dalle quali un attacco vivace come quello emiliano non poteva avere difficoltà a segnare subito, come è stato.
Quando gli Elephants hanno segnato il loro primo touchdown, a 4'01" dalla fine del 2° quarto, è iniziato il Secondo Superbowl di cui sopra, anche se a dire il vero tre quarti dei presenti più che accorgersi dell'inizio di una rimonta hanno accolto i sei punti (la trasformazione non è riuscita) con il sospiro di sollievo di chi temeva che il divario avrebbe altrimenti assunto una corposità imbarazzante per tutti, vincitori, sconfitti, Lega e movimento football (ma sì, persino nel caldo afoso si pensava su piani così alti). Chiuso il primo tempo con un pallone planato per 46 yards tra le braccia dell'ottimo Gregorio Barbagallo per il TD del 14-35, i catanesi hanno finto che non ci fosse intervallo, come intensità emotiva: e hanno anche finto che il touchdown segnato da Clarence Cunningham sul ritorno di kickoff del secondo tempo non fosse stato annullato (era già successo dopo il 7-0 Parma), circostanza che di solito sgonfia gli animi come un palloncino bucato. In questo Secondo Superbowl, durato per quasi tutto il 3° quarto, gli Elephants hanno incastonato altri due touchdown portandosi sul 26-35, che sarebbe stato 28-35 se fosse riuscita la trasformazione da due punti tentata, anche qui con decisione rivedibile, dopo l'ultima segnatura.
Impauriti e agitati dalla rimonta, per ammissione medesima di coach Andrew Papoccia, i Panthers si sono fatti una metaforica doccia fredda che ha cancellato i cattivi pensieri: nemmeno 2' dopo il riavvicinamento di Catania, Craddock lanciava Matteo Grigolo per il 42-26 (perfetta come sempre la trasformazione su calcio da parte di Andrea Vergazzoli, autore anche di due ottimi placcaggi su kickoff) che sanciva l'inizio del Terzo Superbowl, quello nel quale gli emiliani hanno infilato il 21-0 del requiem. Divertendosi pure, con l'esuberanza di chi è convinto di averla scampata bella e si sfoga un po': eloquente una finta di punt al 4° down, con lancio e chiusura del down ad opera di Craddock, che del resto essendo anche il punter (ripetere a casa 10 volte "punter dei Panthers" pronunciando esattamente il "th") si presta volentieri a questi giochetti.
Poi la fine, e le feste, scene viste tante volte dai neutrali ma uniche per chi le vive: lo champagne e la birra e i coriandoli e le foto ricordo e i trofei individuali e le medaglie di gloria per i vincitori e di consolazione per i vinti. Molti dei quali - come osano dimostrare tale cultura sportiva in questo paese? Non hanno capito che siamo in Italia?- serenamente accoglienti verso l'esito negativo, riconoscendo la superiorità degli avversari, e coccolandosi le sensazioni del momento, nell'oblio temporaneo di moschini e zanzare che come ad un segnale convenuto (in realtà l'accensione delle luci per le interviste televisive) erano andate in blitz su chiunque si fosse avventurato in solitaria per il campo.
E sarà deformazione mentale italiana accennare sempre al capo, al caro leader, all'uomo forte, ma è stato evidente come nell'ora più gloriosa dei Panthers il pensiero di molti sia andato al presidente Ivano Tira, che fedele allo spirito con cui segue le partite - traducibile in una parola: terrore - aveva seguito il primo tempo seduto per terra, in un angolo del campo, immobile quasi fosse privo di sensi («togliete pure il 'quasi'» ha poi detto), per poi cambiare posizione nel secondo. Tira è anche presidente di Lega, della IFL, un doppio ruolo sul quale nessuno - ma allora è un vizio, nel football! - ha avuto di che obiettare, e conclude con questo successo un'annata sportiva da targa alle pareti, dato che è tifoso interista: ma più che il calcio poté il football, due volte, sul campo e fuori. Perché, ed era una sensazione avvertibile sabato in più di un addetto ai lavori, se da un lato piaceva molto la novità Elephants dall'altro pareva quasi legittimo che venisse premiato dai risultati, dopo due Superbowl precedenti persi in maniera raggelante, chi aveva dimostrato un'organizzazione, uno spirito di sacrificio esemplari e lo sforzo di una profonda attività di propaganda e diffusione del football nel territorio parmense, dimostrata anche dal successo delle squadre di flag Under 13 e Under 15 nelle finali pomeridiane.
Sempre con la consapevolezza, fondamentale, che vincere a livello giovanile conta meno che formare persone, caratteri, futuri giocatori, tifosi, dirigenti, discepoli. Che con un semplice trasbordo mentale diventano profeti di uno sport ancora non unificato nelle strutture ma che nell'avvicinamento alla linea della stabilità sembra ora alle prese con un secondo tentativo e due yards, invece del 4° e lungo come è parso per tanti anni.
E il football non finisce qui, però: sabato 3 luglio alle 20.30, allo stadio Plebiscito di Padova, si giocherà l'Italian Bowl III, la finale del campionato della lega Lenaf ovvero di A2, tra Barbari Roma Nord (già campioni nel 2008 e 2009) e Guelfi Firenze, mentre dal 15 al 17 luglio, a Bologna, saranno in campo le nazionali di Italia, Turchia, Slovenia e una selezione americana, il Team Eagles USA, per il 4 Helmets Trophy, una sorta di versione concentrata, e in sede unica, del Sei Nazioni di rugby, anche se non si tratta, qui, della élite del football mondiale.
Ma è una bella occasione per vedere in campo il Blue Team, irrorato della freschezza di alcuni giovani protagonisti dei campionati che si disputano sotto l'ombrello FIDAF: ottava nella graduatoria continentale, dopo il quarto posto negli Europei gruppo B della scorsa estate, la nazionale prosegue dunque la preparazione in vista della prossima occasione per salire di categoria. Per chi poi faccia fatica a pensare ad un'estate senza football, dal 24 al 31 luglio, in Germania, ecco i campionati europei gruppo A. Finiscono più o meno nel giorno in cui la NFL dà inizio ai suoi training camp, ed anche se il livello è ben diverso la consegna del testimone, per chi pensa che il football sia tale a qualsiasi piano, è evidente, seppur casuale.
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